venerdì 22 dicembre 2017

Il sogno di ogni gallina

Spegne il motore e sfila le chiavi. Sospira. Aspetta a scendere dalla macchina: accarezza il volante e fissa attraverso il parabrezza il muro del garage. Per cosa se la prenderà questa volta la moglie? Per il ritardo di un'ora dal lavoro? Come se le importasse qualcosa se lui la tradisse. Per non avergli lasciato la carta di credito? Una giornata senza le amiche in giro per i negozi: un ottimo oggetto di discussione. Del resto, le galline sono animali che vivono in società, più o meno, a chiocciare tra loro di ogni minima cosa: Hai visto quella nuova borsa nella vetrina? Lo sai che la nostra casa è costata miliardi? Hai sentito cos'è successo all'amministratore di non so cosa? E coccodè e coccodè...


Sospira. Anche solo per il gusto di chiocciare a vanvera, la moglie avrà qualcosa da rimproverargli.
Mi faccio una bella doccia, si dice.
Scende dalla macchina, la chiude e prende a salire le scale che dal garage portano in casa.
Sì, una doccia e poi esco. Non ho voglia di starla a sentire oggi.
Mano sulla maniglia, l'ennesimo sospiro, e poi entra in casa.
«No, no, no!» La voce della moglie arriva dal bagno. Sta strillando contro qualcuno. «Non me ne frega niente di quello che ci posso fare! Ho detto di no!»
Sbuffa. Starà parlando al telefono. Si sdraia sul divano.
La moglie esce dal bagno, con il cellulare all'orecchio. «Ah, eccoti, finalmente!» Preme qualcosa sul display e mette via il cellulare.
La osserva: vestito rosso, attillato, il seno siliconato a sgridare per la pressione nel décolleté, le punte delle extension pallide a sbatterci contro a ogni grido, cosce nude, stivali – rossi anche questi – fino alle ginocchia, tacco alto. Voce acuta, alla soglia dell'udibilità.
«Oh, sei stanco? Papà ti ha fatto lavorare troppo oggi?»
La fissa per qualche altro istante. Cristo, le mancano solo le piume. Annuisce. «Sì, tuo padre mi ha fatto lavorare.»
«E io allora? Che sono dovuta rimanere qui da sola?»
Lui si alza dal divano, scrolla le spalle. «Nessuno ti ha vietato di uscire.»
In qualche modo, al di là delle leggi della fisica, il suo tono si alza di qualche ottava. Potrebbe parlare con i pipistrelli, se si impegnasse un tantino. Le galline che parlano con i pipistrelli. «Nessuno? Nessuno?» Si mette a girare per il soggiorno. «Mi spieghi come posso uscire senza la mia carta di credito?»
Lui sbuffa, alza un sopracciglio. «La tua?»
Lei sta per ribattere: il seno si gonfia ancora di più per la boccata d'aria presa, pronta a urlargli contro.
La ferma con un gesto della mano. «Mi vado a fare una doccia.» la informa. «E poi esco.» Si dirige verso il bagno, senza starla più a guardare.
«Oh, no, maritino bello. Col cavolo che esci, questa sera!»
Si gira di nuovo verso di lei. «Prego?»
Indica la porta finestra. «Cos'è quella cosa sul retro del giardino?» Mani incrociati sotto al seno. Forse lo fa apposta per farlo gonfiare a ogni minimo pretesto. «Spiegami cosa ci fa una roba del genere nel mio giardino!»
La cosa lo incuriosisce. «Cosa c'è sul retro?»
«Oh, non fare il finto tonto con me. È da questa mattina che litigo con tutti, da quando l'hanno portata.»
Sicuramente c'entra la telefonata di poco prima. Si avvicina alla finestra e osserva fuori: è a grandezza naturale, di legno. «Una catapulta.» dice più a se stesso.
«Lo so benissimo cos'è!» esclama la moglie. «Credi che sia stupida?»
Meglio non rispondere. Apre la porta finestra, esce. Si avvicina alla catapulta per esplorarla meglio. Al tocco, il legno è liscio. Sicuramente una riproduzione di un'arma realmente usata in passato.
«Allora?» Sulla soglia, la moglie lo osserva con le braccia incrociate.
Lui osserva l'arma per qualche altro istante: ha una specie di cucchiaio dal braccio lungo, dove sicuramente venivano poggiati i proiettili in pietra; un sistema di corde e ruote dentate tiene il braccio abbassato, in tensione. Cerca il meccanismo che l'aziona, non lo trova. Se non altro, è un bel oggetto. «Tuo padre colleziona roba del genere.» le risponde infine.
«In miniatura!» chioccia lei. «Mio padre non ha mai comprato una roba del genere.»
«Staremo a vedere.» Tira fuori il cellulare, chiama il suocero. «Perché non vieni a dare un'occhiata nel frattempo che io chiamo tuo padre?»
La moglie sbuffa, ma si avvicina.
«Se vuoi, ti ci faccio parlare.» le dice, in attesa di risposta. «Pronto. Sì, sono io.» Continua a osservare la catapulta. «No, non è per lavoro. Ho una cosa qui a casa... Esatto.»
La moglie sfiora con le dita l'enorme arma. Sale sul piano da dove sicuramente venivano messi a mano i proiettili.
«Ah, okay. Quindi è tua?»
Lei gli lancia un'occhiata, ma cambia già espressione. Sapere che l'oggetto è di papino lo rende sacro. Accarezza il braccio, ci si siede sopra, le mani di nuovo incrociate ad aspettare l'esito ormai intuito della chiamata.
«Nessun problema, tranquillo.» afferma lui, osservando la donna. Nessun segno di rabbia stavolta sul suo volto.
Se fosse stata mia mi avrebbe scannato, pensa. Continua a parlare nel cellulare: «Sì, sì, sì. La terremo noi... Sì, te l'ho già detto. Stai tranquillo, non c'è problema.» Chiude la chiamata.
La moglie sta ancora appoggiando il sedere al braccio del cucchiaio.
Lui la guarda dal basso. «È di tuo padre.» afferma. «Non ha resistito quando l'ha vista e ne ha ordinato una. Tua madre però non lo lascerebbe mai tenere una cosa del genere nel loro giardino.» E tu, pensa, hai preso da tua madre.
«Le pietre venivano messe qui?» indica l'estremità del cucchiaio.
«Non sei più arrabbiata, vedo.»
Lei scrolla le spalle. «Se è di papà, va bene.»
Eccerto. Con papà non ti permetti di chiocciare e mostrare le tue piume da gallina. «Sì.» le risponde. «Erano proiettili di pietra e venivano messi lì.» Si mette a girare intorno alla catapulta. «Queste corde tengono il braccio in tensione.» Ai piedi della moglie vede un grande gancio di legno, scolpito a forma di ago. Dev'essere quello che tiene unito tutto quanto.
«Comunque.» riprende la moglie con tono acuto. «Resta che mi hai lasciato a casa senza la carta di credito.»
E ti pareva che fosse finita lì. «Cos'è quello?» le chiede, indicando il gancio.
Lei abbassa lo sguardo sui propri stivali. Lo indica a sua volta con un piede. «Questo? Non può certo annullare quello che mi hai fatto oggi.»
«Poi ti comprerò qualcosa.» ribatte lui, con tono calmo. «Prova a muoverlo, dovrebbe annullare la tensione al braccio.»
Lei lo guarda senza capire.
«Lasciata così, la catapulta potrebbe scattare da un momento all'altro. Se levi quel pezzo di legno, non sarà più innescata.»
Sbuffa, ma da retta comunque al marito. Con un calcio sposta il pezzo di legno.
Ed è pura magia: il braccio del cucchiaio libera la sua energia schizzando verso l'alto, con il sedere della moglie sopra. Non si aspettava tanta velocità: il vestito rosso è già un puntino a mezz'aria a circa cento/duecento metri di distanza.
Alla fine ha optato per un bel bagno rilassante. Senza la voce acuta della moglie, il silenzio gli coccola i timpani. Esce dalla vasca, si asciuga con calma. Con l'accappatoio addosso, si dirige alla portafinestra che da sul retro. Osserva la catapulta: il grande cucchiaio di legno ora sta verso l'alto, leggermente inclinato. Le labbra si curvano in un sorriso, fino ad aprirsi. Si mette a ridere. Chi ha detto che le galline non volano?

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