domenica 5 novembre 2017

Il conto

Noi ci siamo e ti guardiamo.
Noi ci siamo e ti guardiamo.
Paga il conto o uccidiamo.
Noi ci siamo e ti guardiamo.

Lex si sveglia con quella cantilena nella testa. Seduto al buio, inizia ad ansimare: il petto che si gonfia e si gonfia in maniera frenetica, le dita che stringono le lenzuola sotto di lui. Sente l'aria notturna che gli punge dolcemente il viso sudato. Ricorda ora di aver chiuso la persiana, ma non la finestra. Accanto a sé, Elena mormora qualcosa nel sonno, si gira verso di lui e con un braccio gli cinge l'addome. Lex lascia la presa sulle lenzuola. Lentamente i suoi occhi iniziano a distinguere gli oggetti in ombra. Sospira e poi torna a respirare a ritmo regolare. Si rimette sdraiato e fissa il soffitto.
Noi ci siamo e ti guardiamo.
È stato un incubo, solo un incubo.
Paga il conto o uccidiamo.
Si è fatto influenzare da quello stupido gioco, fatto quasi... Oddio, un anno fa! Sembra passata una vita. Perché gli è tornato in testa proprio ora?
Noi ci siamo e ti guardiamo.
È stata Elena a ricordarglielo. Il giorno prima, mentre parlavano con gli amici, la discussione è caduta su quel gioco. Dopo quattro birre, ogni argomento era valido per continuare a parlare. Com'era? Dieci anime all'anno in cambio di ogni desiderio. O roba simile. Che cosa stupida! Forse le anime erano solo cinque. Be', rimane una cosa stupida. Si gira verso la sveglia: 5:26. Allora è mattina. Ormai non ha senso rimettersi a dormire.
Paga il conto o uccidiamo!
Ora basta con questa cantilena in testa! Lex sposta il braccio della moglie, le da un bacio sulla testa e riceve come risposta un altro mormorio. Si alza dal letto. È solo uno stupido gioco innocuo, fatto insieme agli amici. Era solo uno stupido gioco. Già fatto, passato, non nel presente, da non pensarci più. Va in cucina, aziona la macchinetta del caffè e, mentre aspetta che si scaldi, si rolla una sigaretta.

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*

Le sue mani erano lisce, come sempre: non riusciva a smettere di accarezzarle. Otto anni di matrimonio e Lex riusciva ancora a trovare conforto in quel tatto, a desiderare l'intrecciarsi delle dita, a bramare di passare sopra il dorso con il pollice. Quel tavolo all'aria aperta si trovava lì per le loro mani. Birre, posacenere e quant'altro erano solo un contorno.
«Non mi stai ascoltando, vero?»
Lex spostò lo sguardo sul viso della moglie. «Certo che ti sto ascoltando.» Osservò quel sorriso famigliare, gli occhi grandi, azzurri, il volto incorniciato dai capelli lisci e neri, il mento rotondo, le fossette sulle guance, gli zigomi rotondi. «Te l'ho già detto che sei stupenda?»
Elena ricambiava le carezze. «Tu non smettere di dirlo.»
Lex alzò il suo bicchiere e lo sbatté contro quello della moglie. «Alle tue mani!»
«Alle nostre mani!» Lo corresse lei.
Bevvero e appoggiarono di nuovo i gomiti sul tavolo, le mani a toccarsi in alto.
Lex si sentì all'improvviso spinto verso il viso della moglie, un braccio a morsa sul suo collo, un peso estraneo sulle sue spalle. «Ehi, piccioncini!» La voce allegra di Michele dritta nell'orecchio, il suo alito sparato sulla sua guancia sinistra, guancia che poi si trovò a contato con quella dell'amico.
«Cos'è? Avete una serata senza la piccoletta e volete tenerla tutta per voi?» Michele liberò il collo di Lex e salutò Elena, facendola alzare dalla sedia.
«L'intenzione era questa.» replicò Lex. «Ma tu non ce lo lascerai fare, giusto?»
Michele salutò anche Lex con una stretta di mano che servì da scusa per tirarlo a sé. «No che non ve lo lascio fare. Venite, di là stanno facendo giochi strani.»
Lex, ora in piedi, osservò Elena sorridendo. «Ti va...»
Lei alzò le mani. «Tanto non ci lasceranno in pace. Uniamoci a loro.»

*

Dall'altra stanza, il lamento di Sarah: prima quasi mormorato, poi un pianto in crescendo. Forse anche lei ha avuto un incubo. Lex spegne la sigaretta imprecando – dovrebbe smettere di fumare – beve l'ultimo sorso di caffè e va nella camera della figlia: la trova seduta sul suo letto, le mani a sfregare le palpebre chiuse e bagnate, la bocca spalancata in un grido interrotto a intervalli.
Noi ci siamo e ti guardiamo.
«Papà.» lo chiama, le braccia alzate verso di lui, a chiedere aiuto.
Sente la propria faccia ammorbidirsi, gli occhi socchiudersi: un gesto quasi automatico quando sua figlia gli mostra il bisogno di protezione. «Non è successo niente, piccola.» Lex la prende in braccio e le accarezza la testa. «Hai fatto un brutto sogno?»
Il pianto di Sarah lentamente si smorza, tira su col naso un paio di volte. «No, è che mi fa male, papà.»
Lex la fa sedere sul letto. «Fammi vedere. Dove ti fa male?» Si inginocchia davanti a lei, per darle maggiore contatto visivo.
Noi ci siamo e ti guardiamo.
«Qui, sul braccio.» Alza il braccio interessato. «Mi brucia, papà.»
Lex glielo accarezza. «Ti brucia?» Scende poi con gli occhi sull'arto della bambina. A caratteri rossi, graffiati, una scritta a fare da tatuaggio: PAGA IL CONTO O UCCIDIAMO. «Cristo santo!» esclama incredulo. «Come te lo sei fatto questo, Sarah?»
La bambina sposta lo sguardo dal padre al braccio. «Che cosa, papà?»
«Perché ti sei graffiata in questo modo?» Lex passa con le dita sopra la scritta: nessun rilievo, nessun solco, solo la pelle morbida di sua figlia. Eppure quei caratteri sembrano incisi dentro la carne.
«Papà, io non vedo niente. Mi brucia però.»
Lex fissa la scritta. Sarah non avrebbe saputo fare una cosa del genere. Sa riconoscere qualche lettera qua e là, ma ha cinque anni, non sa ancora scrivere. «Qualcuno ha cercato di scrivere sul tuo braccio, Sarah?»
La bambina scuote la testa.
Ovvio che no; che domanda stupida! L'ha messa lui stesso a letto ieri sera ed è sicuro che se ne sarebbe accorto nel caso in cui la scritta ci fosse già da allora.
La cantilena riprende spazio nella testa di Lex.
Noi ci siamo e ti guardiamo.
Non è possibile. Eppure sul braccio di sua figlia...
Paga il conto o uccidiamo.
Noi ci siamo e ti guardiamo.

*

«Non dovremmo scherzare con queste cose.» Chiara incrociò le braccia e distolse lo sguardo.
Lex non le diede attenzione. «Allora, come funziona?» Avvicinò la propria sedia al tavolo. «Io chiedo qualsiasi cosa e questa si avvera?»
Elena gli schiaffeggiò la spalla. «Non provare a chiedere altre donne.» Lo osservò e gli rivolse un sorriso innocente.
Scoppiò una risata generale.
Eduardo lo ammonì scherzosamente con un un dito. «Occhio, eh! Mia sorella le sa dare forte. Io ne so qualcosa.»
Lex alzò le braccia in segno di arresa. «Ehi, non sono stato io a venire qui. Mi ci ha trascinato Michele.»
Quest'ultimo affermò con la testa. «È vero. L'ho salvato da una serata tra piccioncini.»
«Allora, posso chiedere qualsiasi cosa?» Lex invitò la moglie ad avvicinarsi a lui con un gesto della mano. «Qualsiasi cosa oltre alle donne, intendo.»
«Un desiderio all'anno. E solo per quanto riguarda la parte materiale delle cose.» spiegò Roberta. Mette il bicchiere pieno di whisky al centro del tavolo. «E ci sono delle condizioni.»
«Un desiderio all'anno!» esclamò Lex. «E chi non vorrebbe veder espresso un desiderio all'anno?»
«Be', non tutti, visto quello che chiedono loro.» Roberta indicò il bicchiere al centro. «Sono loro che mettono in moto l'universo affinché ogni desiderio si avveri. Ma tu devi pagarli.»
«Aspetta. Loro chi?» chiese Lex.
Roberta alzò le spalle. «Questo non me l'hanno spiegato. Allora, il patto è questo: tu dai loro cinque anime all'anno e loro esaudiscono un tuo desiderio. Per tutti gli anni, fino alla tua morte.»
«Accidenti! Sanno come fare gli affari questi loro. E se uno a un certo punto vuole smettere?»
«Non si può. Diciamo che il contratto è a tempo indeterminato.»
«E l'unico licenziamento possibile è la morte.» rise Lex. «Quindi io dovrei uccidere cinque persone all'anno, ogni anno. Che succede se non rispetto il patto? Il desiderio non si avvera?»
«Oh, no. Il desiderio si avvera comunque. Il prima possibile. Ma se, finiti i trecentosessantacinque giorni, tu non avrai rispettato la tua parte, loro si portano via una persona a te cara, nella maniera più violenta possibile.»
«Ecco perché non dovremmo giocare con queste cose.» intervenne di nuovo Chiara.
«A me non è successo ancora nulla.» disse Michele. «Eppure ho già fatto il patto.»
«È solo un gioco, Chiara.» la rassicurò Lex. «Non crederai veramente che una cosa del genere sia possibile?»
«Non si può mai sapere.» Chiara osservò il bicchiere al centro del tavolo e poi distolse di nuovo lo sguardo. «Dovremmo smetterla.»
«Proprio ora che stavo pensando al desiderio giusto?» la prese in giro Lex. Si rivolse di nuovo a Roberta. «E loro ti si mostrano prima o poi o rimangono nascosti?»
«A quanto ho capito, se rispetti i patti non ti accorgerai della loro presenza. Se non li rispetti, be', diciamo che ti danno qualche segno, giusto per ricordarti quello che devi fare. Per non parlare poi della persona cara che loro uccideranno.»
Lex osservò di nuovo il bicchiere al centro del tavolo. «E va bene, dai. Se non altro per togliere i dubbi a Chiara.»
«Di nuovo.» la prese in giro Michele.
Lex si avvicinò ancora di più con la sedia. «Cosa devo fare?»

*

Con la bambina in braccio, Lex si tuffa nel letto in camera sua e scuote la moglie. «Elena, svegliati!» Lascia la presa su Sarah che rimane seduta sul cuscino. «Elena, forza!»
La moglie esprime la sua disapprovazione con un lungo mormorio.
«Alzati, dannazione!» urla Lex, dandole un ultimo violento scossone.
Elena finalmente apre gli occhi. «Oh, ma insomma! Cos'è successo?»
Lex le indica il braccio della figlia. «Dimmi cosa vedi.» Si rende poi conto del buio nella stanza: accende la luce dall'interruttore sopra il suo comodino.
La moglie si para con una mano dalla luce e si mette seduta nel letto.
«Cosa vedi?» ripete lui. «Qui sul braccio, dice che le fa male.»
Elena sbuffa, si strofina gli occhi, ma prende il braccio della bambina e lo osserva. «Dove ti fa male, tesoro?»
Sarah le indica la zona.
La bambina non piange più. Elena accarezza il braccio della figlia. «Non è niente.» dice. «Vedrai che ti passa.» La moglie manda uno sguardo di rimprovero al marito. «Mi hai svegliato solo per questo?»
Lex sente il proprio labbro tremare. «Non vedi niente sul braccio?» Osserva di nuovo la scritta. «Cioè, nessun graffio, nessuna...»
«Non c'è niente sul braccio.» Elena scende dal letto e alza la figlia. «Se le brucia però, bisognerà metterci una pomata. Si sarà irritata in qualche modo.» Altro sguardo di rimprovero al marito. «Potevi pensarci tu, non c'era bisogno di svegliarmi.» Sospira e prende su di peso la figlia. «Andiamo, tesoro. Ci facciamo una doccia e ci mettiamo la pomata.» Escono insieme dalla stanza.
Lex sente la voce della moglie allontanarsi: «Vedrai che dopo starai meglio.»

*

«Per prima cosa serve il dolore.» Indicò di nuovo il bicchiere al centro del tavolo. «E dell'alcol.»
«Perché l'alcol?» chiese Lex. «Di solito queste cose hanno bisogno di candele accese, simboli disegnati e altra roba simile.»
Roberta scosse la testa. «Nulla di questo. Solo una formula da dire nel dolore, dell'alcol sopra il dolore, e la consapevolezza del patto.»
«E va bene.» Lex si alzò e si allungò sul tavolo per intingere le dita nel whisky. Si rimise seduto e si rivolse alla moglie. «Elena, dammi uno schiaffo.»
La donna lo osservò perplessa. «Vuoi uno schiaffo da me?»
Lex alzò le spalle. «Sei l'unica qui che potrebbe andarci piano.»
«Non essere così sicuro.» Elena gli sorrise e lo accontentò. Gli diede uno schiaffo sulla guancia sinistra.
La testa di Lex si girò per l'impatto. «Ahia. Allora è vero che le sai dare.»
«Te l'avevo detto.» intervenne Eduardo.
Elena continuò a sorridergli e alzò le mani con i palmi verso l'altro. «L'hai chiesto tu.»
Lex sorrise. «Giusto.» Si rivolse poi a Roberta. «Ora devo solo strofinarmi la guancia dolorante con le dita bagnate di alcol. Può andare?»
Roberta fece spallucce. «Non ne ho idea. »
Lex si umidificò la guancia addolorata. «Poi? Che devo fare?»
«Prima di tutto esprimi il tuo desiderio. A voce alta.»
Lex diede un altro sguardo a Elena. «Vorrei che io, Elena e Sarah abitassimo in una grande villa, ma non distanti dal centro di questa città.»
«Bene.» Acconsentì Roberta. «Ora la formula: Voi ci siete e mi guardate. Ripetilo due volte.»
Lex obbedì. «Voi ci siete e mi guardate, voi ci siete e mi guardate.»
«Pagherò il conto o ucciderete.»
Lex ripeté: «Pagherò il conto o ucciderete.»
«Voi ci siete e mi guardate.» concluse Roberta.
«Voi ci siete e mi guardate.»
«Non dovevate farlo.» disse Chiara.
«Tutto qui?» chiese Lex. «Come faccio a capire che ha funzionato?»
Roberta sorrise. «Non lo sai. Ora dovresti darti da fare per uccidere cinque persone entro un anno.»
«Bene! Con voi quattro starei già un buon punto.»
«A me non uccidi?» chiese Elena.
«Tu fai parte del desiderio.» Lex le fece l'occhiolino. «Ora datemi quel whisky. Non credo che voi lo volete bere e questo stupido gioco mi ha messo sete.»

*

Il caffè al bar è sempre d'obbligo. Okay, non è del tutto vero, ma ci vuole un altro caffè. Uno buono, preso lontano da sua figlia. Lex, il bisogno di svegliarsi ancora acceso in lui, beve in un sorso la bevanda. Si brucia le labbra. Magari quello che è successo poco prima in casa è stato solo il frutto della propria immaginazione. Troppo assonnato e ancora troppo influenzato dall'incubo avuto durante la notte. Il secondo caffè risolverà tutto. Posa la tazzina sul bancone del bar e va alla cassa a pagare. Quella scritta non può essere stata reale. Elena non l'ha vista, del resto.
Esce dal bar: da qui può vedere la sua casa indipendente costata quasi un milione di euro. Qualche anno fa non si sarebbe mai sognato di avere un badget simile.
Noi ci siamo e ti guardiamo.
No! È solo una dannata coincidenza. Ha avuto successo nell'ultimo anno solo perché si è dato da fare, non grazie a uno stupido gioco.
Quella scritta sul braccio... Non può averla vista sul serio.
Sono stato influenzato dal sogno, tutto qui. A un secondo controllo non la vedrò.
Fissa la propria macchina, parcheggiata lungo la strada. È presto per andare a lavoro. Molto presto. Ritorna con gli occhi sulla villa.
Ora vado a casa, saluto mia moglie, saluto mia figlia e poi vado in azienda a controllare la produzione. E non ci sarà nessuna scritta.
Attraversa la strada e si dirige cancello della villa. Entra nel giardino e percorre il sentiero in pietra fino all'entrata.
Noi ci siamo.
Entra in casa. Silenzio, se non le sue scarpe che colpiscono il pavimento. E qualcos'altro. Singhiozzi? Sospiri? «Elena.» Nessuna risposta.
I singhiozzi si fanno più pesanti man mano che Lex si avvicina alla sua camera da letto. «Sarah.» Questa volta chiama più forte.
Ti guardiamo.
«Papà.» La voce della piccola è tremula, debole, un sussurro urlato. I singhiozzi si trasformano in pianto. «Papà!»
Lex corre nell'ultimo tragitto fino alla camera. La porta è chiusa. Dall'altra parte la voce di Sarah che piange. Apre la porta e vede la bambina raggomitolata, il viso nascosto tra le ginocchia. «Papà.»
Paga il conto.
«Che è successo, piccola?» Entra e prende la bambina tra le proprie braccia. «Dov'è la mamma?»
Sarah continua a piangere. Mostra il suo viso al padre, poi rivolge l'attenzione al soffitto. Una frazione di secondo, non un attimo in più, e tanto basta per aumentare di un tono il pianto, il numero dei singhiozzi e per farla nascondere di nuovo tra le ginocchia.
Lex osserva il soffitto a sua volta. «Cristo santo!» Si appiattisce contro il materasso. «El... Elena.»
Sua moglie è lì, schiena contro il soffitto, a guardarli dall'alto. Non emette alcun suono. Il labbro inferiore le trema, le guance rigate da lacrime che continuano a scendere chissà da quando, i capelli a fare da aureola. L'accappatoio aperto a mostrare il corpo nudo. Gli occhi azzurri dilatati, enormi, come se stessero cercando le cause della sua posizione, occhi sbarrati, impotenti, occhi umidi, imploranti, occhi rassegnati.
Muove le labbra mimando il suo nome: Lex. Un Lex muto, senza rumori, un Lex che vuol dire tirami giù da qui o come sono finita qua su. Un Lex che desidera spiegazioni e aiuto. Soprattutto aiuto.
O uccidiamo.
Lex rimane immobile sul letto con la bambina avvolta nelle sue braccia. Vorrebbe dirle che andrà tutto bene, ma non riesce a parlare. E sarebbe una bugia, perché non ha idea di quello che sta succedendo.
Solo ora la moglie inizia a gridare. Un urlo profondo da far vibrare i polmoni. Ma anche un urlo acuto, da desiderare avere la palpebre alle orecchie per chiuderle. Un urlo spalmato su un'unica vocale rocca, senza interruzioni, senza aver bisogno di riprendere fiato.
Una linea rossa appare tracciata sul corpo di Elena, dal ventre alla testa. Una riga che prende a sanguinare man mano che si avvicina al viso della moglie, che smette di urlare all'improvviso. Dalla bocca tossisce chiazze di sangue che cadono sul materasso. Il grido di prima si trasforma in gorgoglii saturi di liquido scuro, denso, affogante.
Uno scricchiolio sordo e la mascella della moglie inizia a pendere.
Le ginocchia e i gomiti sembrano esplodere, spargendo frammenti di ossa insanguinate.
Nel busto appaiono altri solchi, altre ferite.
Gli occhi, con un ultimo tentativo di supplica, implodono.
Il corpo si squarcia.
Gli avambracci roteano su sé stessi.
Le ossa delle anche escono attraverso la pelle.
Cristo!
Lex sente come se i suoi muscoli non gli obbedissero più. Vorrebbe far qualcosa, vorrebbe porre fine a quello spettacolo, ma non riesce a muoversi. Non riesce a respirare. Non riesce a battere le palpebre. È costretto a guardare il dolore della moglie.
Elena gorgoglia il suo stesso sangue. Sembra l'unica azione voluta da lei. Il resto...
Lex cerca dentro di sé tutta la volontà che ha. «Bas...» riesce a sussurrare. Si fa forza, inizia a respirare. «Basta.» Un tentativo di grido. Ci riprova, gonfia i polmoni e urla. «Basta! Ho capito! Ma vi prego, basta!»
La testa della moglie si schiaccia contro il soffitto. Il gorgoglio finisce di colpo. Resta alcuni secondi ancora lì, in alto, poi la gravità torna e quello che rimane di Elena cade. Parte del corpo finisce sul pavimento, il resto sul materasso.

*

Lex affianca la macchina al marciapiede e abbassa il finestrino. «Quanto?» chiede.
«Ciao tesoro.» attacca la prostituta. Voce volutamente stridula, falsa, come l'amore che vende ai suoi clienti. «Con questa bella macchina, facciamo un centinaio, che ne dici?» Si gira e alza la minigonna a campana per mostrare la mercanzia.
«Okay, monta.»
La ragazza obbedisce. «Vediamo la grana, prima, ti dispiace?»
Lex tira fuori una banconota da cento euro dal portafoglio e gliela porge. «Conosci un posto all'aperto? Sai, non voglio lasciare segni in macchina.»
«Oh, hai paura che la moglie ti scopra.» Ride lei, infilandosi la banconota nel reggiseno. «Ma certo. Ti indicherò la strada.»
Lex mette la prima e parte.

Il posto è un bosco. Alberi a sinistra e a destra, nessuna tracia dell'uomo, se non la macchina di Lex nelle vicinanze.
La prostituta lo guarda. «Allora, iniziamo o no? Se mi fai perdere tempo ti chiederò altri soldi.»
Lex le indica con la testa un albero. «Lì. E girati.»
«Non sei un tipo da preliminari. Non vuoi che io..?» Interrompe la frase e si succhia un dito, lentamente, molto lentamente.
«No. Lì, e girati.» ripete Lex.
La ragazza lo squadra dall'alto in basso, con un'espressione delusa sulla faccia, ma obbedisce. Si abbassa le mutandine, appoggia le mani contro il tronco dell'albero e mette in bella mostra il sedere, vagamente nascosto dalla minigonna. Gira la testa verso di lui. «Dai, vieni.»
«Non guardarmi.» ordina lui.
Lei sbuffa. «Okay.» Si volta verso l'albero.
Lex rimane dov'è, a osservarla. Dalla tasca tira fuori una pistola, già carica, e la punta verso la ragazza. «Mi dispiace.» sussurra. Preme il grilletto. Bang!
La ragazza si affloscia a terra.
E per quest'anno sono a posto. Voi ci siete e mi vedete. Avete visto, quindi lasciate Sarah in pace.
Lex cerca il bossolo, lo trova, lo infila in tasca e sale in macchina. L'orologio sul cruscotto gli comunica che è leggermente in ritardo. Deve andare a casa a cambiarsi e poi di corsa all'università, o si perderà la laurea di sua figlia.

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