sabato 12 settembre 2015

Qualcosa che non va...

Immagine da topnegozi.it
 Qualcosa che non va – Alex Coman

La bambina mi fissa. La videocamera mi fissa.
Lui no.
Vedo solo la sua nuca e i suoi capelli. Mi alzo e lo osservo per intero: i pantaloni abbassati fino alle ginocchia, culo all'aria. Credo che stia piangendo, non so se per il dolore o per la vergogna.
Mi giro verso la bambina e sento che la domanda inizia a insinuarsi tra i miei pensieri. Cosa c'è che non va in me? Me lo chiedo ogni volta, ogni santa volta, quando vedo, sento su di me il peso, la paura, il terrore degli occhi sgranati e lucidi. Come quelli di questa bambina, raggomitolata nell'angolo del garage, braccia che circondano le ginocchia, incapace di decidere se ringraziarmi o avere paura di me.

Mi faccio sempre troppo tardi la domanda. Cosa c'è che non va in me? Mi accorgo sempre troppo tardi dell'immensità di quegli occhi, enormi, giganteschi, come se ogni volta la vittima volesse allargare il suo campo visivo, come se volesse zoomare la scena: sono sicuro che tutti hanno provato almeno un po' di soddisfazione mista al sollievo, quando mi hanno visto all'opera.
E poi c'è il terrore. Quello c'è sempre.
Guardo la bambina nel suo angolo: oh, sì, il terrore c'è. Ogni parte del suo piccolo corpo tremante mi comunica terrore. E non mi stancherò mai di ripetere questa termine, terrore, perché è l'unica parola stampata negli occhi dei bambini, di tutti i bambini in casi simili – sempre che ce ne siano, di casi simili.
Perché non scappano mai via? Perché continuano a starmi accanto, mentre sono all'opera? Il terrore. L'unica risposta è che sono incapaci di muoversi a causa del terrore. Forse dovrei accompagnare le vittime lontano dal posto in cui eseguo i miei istinti, ma non lo faccio mai. Forse voglio solo lasciare loro la scelta di rimanere a guardare o di andarsene.
Attraverso parte del garage e prendo la videocamera. Mi avvicino a lei. «Come si chiama?» le chiedo, ancora con l'affanno in bocca per la mia prestazione, indicando con una mano alle mie spalle.
Lei si stringe ancora di più le ginocchia contro il petto; la videocamera riprende tutto. Mi osserva; il labbro inferiore che si apre e si chiude in maniera nevrotica, senza riuscire a emettere alcun suono.
«Come si chiama?» ripeto.
Sposta lievemente lo sguardo dietro di me, oltre a me, per guardare lui, come se ne dovesse ricordare il nome. «Rusoti.» Non più di un sussurro.
La guardo attraverso il display della camera. «Il nome completo.»
I pixel che disegnano la bocca cambiano colore ripetutamente: il labbro le trema ancora. «Gior...» Prende una boccata d'aria. «Giorgio Rusoti.»
Mi giro verso il signor Rusoti e lo riprendo: sta ancora con la pancia contro il pavimento, il culo all'aria, la schiena ha smesso di sussultare. Forse non piange più. Ritorno alla bambina. Le sorrido: non servirà a niente, lo so, ma non posso farne a meno. La voglio incoraggiare. «Stai andando benissimo.»
Lei sussulta. Non so se per quello che ho appena detto o per il sorriso.
Torno serio. «Quante volte ti ha fatto quello che ho fatto a lui?»
«Io... non... io non lo so.» Scoppia a piangere.
Mi avvicino ancora di più e come risultato ho la sua risposta: «Molte volte.» Piange. Piange e trema con tutto il corpo. Anche il labbro. «Moltissime volte.»
È il terrore che la fa collaborare, ma va bene così. Non posso fare molto per quello che sta provando. «Quanti anni hai?» le chiedo. «Tu eri d'accordo con quello che ti ha fatto il signor Giorgio Rusoti?»
Piange. Scuote la testa. Trema. Scuota la testa. No, come potrebbe essere d'accordo di fare sesso con un signor Giorgio Rusoti? Non risponde alla domanda dell'età.
«Okay.» Finisco la registrazione e chiudo la videocamera. «Abbiamo finito.» Levo la memoria esterna e allungo il braccio verso la bambina. «Tieni.»
Lei mi guarda perplessa.
Lancio il piccolo oggetto nel suo grembo. «Mostrala agli uomini che arriveranno.»
Non fa obbiezioni.
Prendo il cellulare, faccio il 112. Mi risponde una voce al primo squillo. Dico subito l'indirizzo del garage, senza presentarmi.
«Cosa c'è che non va?» mi chiede la voce.
Non riesco a non sorridere. Io. Sono io che non vado. Sono io che ho qualcosa che non va. Lancio anche il telefono e anche questo cade nel grembo della bambina. «Chiedi aiuto.» le dico. «Io devo andare.»
Mi giro e mi avvicino al signor Giorgio Rusoti. Lo guardo e gli tiro un calcio sulle costole. È vivo, ovvio, ma il suo grido di dolore me lo conferma ulteriormente.
Esco dal garage e vado via.

Mi serve un'altra memoria esterna per la videocamera.

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