lunedì 29 giugno 2015

Stupidi stagni - Alex Coman

In questo posto l'odore è diverso. A solo qualche decina di metri dal pub, il profumo nauseante dei drink, il fumo delle sigarette e il gusto inebriante della marijuana – gusto che, in maniera molto furba, passa prima dalle narici – tutto questo non esiste più, se non in una piccolissima parte, proveniente dal mio bicchiere. Ma l'odore del Martini che ho in mano non può nulla contro quello dolciastro di questo posto, che, come il pub, si affaccia sul lago – sempre che una grande pozzanghera d'acqua possa avere una faccia da affacciare. Sorrido. Mi sembra buffo pensare all'odore dello stagno, con le sue foglie cadaverizzate che galleggiano su questa piccola superficie e non su quella del lago. Mi sembra buffo pensare a uno stagno che guarda un lago, ma questo stagno è ciò che è, con i suoi bordi alzati verso il paese e abbassati verso il lago. Siamo io, lei, uno stagno e un lago. Potrebbe essere bellissimo.
Ma c'è il pub, che si avvicina di più al motivo per cui sono qui.
Il suono invece è lo stesso, o quasi. La musica e i battiti del suo tempo mi fanno vibrare ancora i timpani, ma il petto non subisce più quel ritmo doloroso come se fossi all'interno. Ma il suono non è solo la canzone house del momento, bensì anche i versi delle rane, che, nascoste dietro a uno dei cadaveri vegetali ai margini dello stagno, brandiscono la loro voce, combattendo a pieni polmoni contro il rumore del pub. Ci sono anche le zanzare che all'orecchio – come se fosse un grande segreto – mi svellano quella perenne z lunga e acuta. E sono pronto a scommettere di sentire un elicottero, anche se nel cielo non vedo nessuna luce lampeggiante.
Ah, ma di luci ne vedo un'infinità: tante piccole esplosioni a lunga durata e fisse sullo sfondo notturno. Questa vista non ha nulla a che vedere con quella del pub. Nulla. Perché le stelle non sono solo luce; luce che all'interno andava e veniva tanto velocemente da rischiare l'epilessia. Le stelle sono atomi che si trasformano in altri atomi, uomini che ambiscono a essere altri uomini, le stelle sono sogni, progetti, contemplazione...
Il suono dell'elicottero si fa più intenso, distogliendomi dal mio breve momento di riflessione. Rimango sdraiato, ma giro la testa e capisco soltanto ora che in realtà è una libellula che, forse invidiosa delle zanzare, è venuta a svelarmi i suoi segreti. È la prima volta che riesco a vedere una libellula in dettaglio, nonostante la penombra che avvolge lo stagno. Forse alcol e fumo ragionano per me in questo momento, ma, oltre alla differenza tra le palle di un elicottero e le ali dell'insetto, la somiglianza è notevole. I suoi grandi occhi sembrano fissarmi per un istante – magari è proprio così – e poi svanisce con uno scatto. Non riesco nemmeno a capire da che parte sia andata.
Ora che la mia vista è più ampia e non ho più l'insetto davanti, riesco a vedere lei, sdraiata come me a pancia all'aria. Noto la siringa accanto al suo braccio destro e capisco che lei sia già partita per un viaggio ancora più lungo di quello che offre la cara marija. La osservo per un istante, soffermandomi sulla forma che hanno assunto i capelli biondi, infiltrati tra i fili d'erba scuri nella notte. Io mi trovo tra lei e lo stagno, tutti rivolti verso il lago. Sono pronto a partire per un altro viaggio a mia volta, perciò infilo le mani nelle tasche dei jeans ed estraggo la mia dose. Senza alzarmi, mi avvolgo l'avambraccio con un elastico e aspetto qualche istante.
Nel frattempo osservo la siringa. All'interno sembra ci sia solo acqua, dolce e pulita come quella del lago, dolce come quella dello stagno. Rigiro la testa verso quest'ultimo, magari proprio in cerca della libellula di prima. Forse lei può fermarmi, forse lei può svelarmi come fare, come tornare umano e vivere da umano, non da distributore di viaggi, ladro di futuri, portatore di morte. Forse bastava lasciare tutto com'era, come questo stagno, che non ha avuto l'ambizione di diventare il lago poco più lontano. Forse era meglio fermarsi addirittura all'epoca dei dinosauri che si mangiavano a vicenda per cibarsi senza avere altra scelta, invece di popolare il pianeta con uomini come me, in cerca di ragazzine pronte allo sballo.
Forse, forse, forse...
Sorrido di nuovo. Possibile che nessuno si sia mai chiesto perché la prima dose sia gratis? Mi giro verso la ragazza sdraiata accanto a me. Cerco di provare qualche rimorso, qualche senso di colpa per averle dato quella merda, invece di fermarmi con lei qui, a osservare elicotteri, sentir bisbigliare le zanzare e il festival delle rane, a stare sdraiati e a contemplare le stelle. Cerco in tutto me stesso e non trovo assolutamente nulla, se non un senso di piacevole guadagno, sapendo che per la prossima dose la ragazza mi avrebbe pagato molto bene. Stupidi mammiferi. Stupidi stagni che cercano di essere laghi. Stupida ragazzina. È tutta loro la colpa per cui io non provo niente.
All'improvviso la ragazza inizia ad agitarsi. Forse, per essere la prima volta, ne ha presa troppa e ora è in overdose, ma non riesco a fare a meno di ritornare con gli occhi sulla siringa. Nessun rimorso per colpa di questa. Una stupida siringa.
Infilo finalmente l'ago nella vena ormai sin troppo gonfia per la pressione dell'elastico e mi dimentico dei dinosauri, delle libellule, del pub, dello stupido stagno, dello stupido lago, delle stelle, dei sogni, delle stupide rane, dello stupido... tutto; mi rigiro verso la ragazza. Nulla. Non sento ancora nulla. Stupida coscienza, fanculo! Perché tu non esisti.

Premo con il pollice sulla siringa e mi inietto la mia dose, la mia stupida dose. Rivolgo di nuovo l'attenzione al cielo e non vedo più le stelle, ma solo puntini. Punti bianchi e opachi, senza il minimo luccichio.

Nessun commento:

Posta un commento

Sii sociale e lascia un commento: un parere, un consiglio, una critica (costruttiva).