lunedì 21 luglio 2014

Farfalle

C'è quel momento magico prima di mettersi a scrivere, che però non sempre arriva. Quel momento in cui senti la fantasia che ti formicola nella testa e non vedi l'ora di vedere cosa è capace di fare, quali metafore e quali similitudini è in grado di creare per la tua storia. Ma non sempre arriva.
Bisognerebbe acchiappare questi momenti e, quando non ci sono, mettersi lì, con il retino in mano, in cerca della propria farfalla: magari la prima frase sarà una cagata assurda, ma forse, andando avanti, riuscirai a far formicolare comunque la fantasia. E tra farfalle e formiche, qualcosa ne uscirà fuori.

David si immaginava con uno di quei retini in mano. Aveva il computer acceso, il cursore lo aspettava lampeggiante sullo sfondo bianco della pagina e si vedeva su un campo immenso, tutto verde, con questo bastone tra le mani a guardarsi intorno in cerca di insetti. Ma c'era solo lui su quel campo e agitava il retino da destra a sinistra, da sinistra a destra e dall'alto verso il basso. Tra i quadrati della rete immaginaria, nessuna farfalla.
Sbuffò.
Che razza di scrittore era? Doveva mettersi al lavoro invece di stare a fantasticare sugli insetti, aspettando che l'ispirazione arrivi. Le sue muse erano morte; le aveva uccise lui stesso rifiutando quelle piccole vibrazioni di pensieri che ogni tanto aveva nella testa, magari per andare invece a farsi un drink con gli amici, o per guardare un film, o per leggere un libro. Per flirtare, chattare, scrivere un post sul proprio profilo. E ora che cercava le muse – o le farfalle – queste erano solo cadaveri nella sua mente, cadaveri che solo la sua fantasia poteva far risvegliare.
Tirò le dita sospese sulla tastiera indietro e le usò per rullarsi una sigaretta. Aveva smesso, diceva agli altri, ma ogni tanto sentiva quel bisogno di inspirare qualcosa di diverso dal solito ossigeno. Fanculo gli altri. Cartina, filtro, tabacco, qualche movimento d'arte et voilà. Accese il suo capolavoro e appoggiò i gomiti sulla scrivania.
Il cursore continuava a lampeggiare. David ci sputò sopra il fumo appena inalato. Ancora nessuna farfalla per la testa: il retino era ancora vuoto e lui si sentiva quasi scemo a correre di qua e di là su un campo immaginario. Cosa diceva sempre agli altri scrittori? Non c'è bisogno dell'ispirazione, ma solo di volontà. Ma lui ce l'aveva? Cercando dentro di sé, riusciva a trovare qualcosa che assomigliasse alla volontà?
Un altro tiro, un altro sputo sullo schermo. Scrisse una frase. La cancellò.
Magari poteva cercare nella sua collezione di farfalle per trovare quella giusta, quella degna di quel momento. Aveva decine di cartelle piene di racconti iniziati e non finiti. Forse poteva semplicemente continuare una delle tante storie che aveva lasciato in sospeso.
L'immagine del campo verde e del retino sparì dalla sua testa. Ora si immaginava solo un vortice di documenti che girava tra le sue sinapsi. Se solo potesse afferrarne uno.
Dannazione David. Si rimproverò. Chiuse gli occhi e strette i denti, come se avesse il vortice accanto a lui, nel suo ufficio, a far roteare centinaia di fogli e appunti. Strette i denti e saltò in quel vento violento, ma, come in un incubo, prima di toccarlo si svegliò. Aprì gli occhi.
Lo schermo stava ancora lì, in attesa di una sua mossa.
Un altro tiro. Appoggiò la sigaretta sul margine del portacenere e congiunse le mani dietro la testa. Si lasciò andare contro lo schienale della sedia e sospirò. Non riusciva a capire se doveva scrivere o voleva farlo. Perché farsi del male in quel modo se aveva la testa vuota? Che bisogno c'era di scrivere?
Ricordò il contratto editoriale che aveva sempre sognato di firmare. Aveva messo tutta la sua vena artistica in quella firma, come se fosse speciale e non uguale alle altre migliaia che aveva fatto nella sua vita. Aveva sognato quel pezzo di carta per parecchi anni e ora che finalmente qualcuno glielo aveva consegnato per metterci sopra il proprio nome, non sapeva bene che farsene.
Il cursore continuava a lampeggiare, testardo. Batteva i secondi che David stava sprecando, uno a uno, senza tregua.
Guardò la sigaretta che si stava fumando da sola. La lasciò fare.
Scrisse: La sigaretta si stava fumando da sola quando un rumore improvviso echeggiò nella stanza.
Si tirò di nuovo indietro sullo schienale e fissò la frase. Cosa diavolo c'entrava il fumo di una sigaretta con il rumore improvviso? Ma era questo il modo di iniziare una storia?
Sbuffò e, con un movimento rabbioso, spinse il tasto per cancellare. Lo tenne premuto anche quando ormai la frase sparì dallo schermo.
Sospirò. Questa volta inalò solo ossigeno. La sigaretta era ancora sul margine del posacenere, da un lato il filtro nascosto dalla cartina bianca, dall'altro sempre più polvere rovente che si raffreddava in un istante.
Non posare il retino, si disse. Non doveva arrendersi. Se stava davanti al computer era perché voleva scrivere, ma non sapeva cosa. Avrebbe potuto iniziare a rispettare il contratto editoriale anche il giorno seguente, ma lui voleva scrivere ora. Doveva solo acchiappare qualche farfalla.
Questa volta riuscì a immaginarsi nello stesso campo verde di prima, a fissare nel retino un piccolo insetto dalle ali troppo grandi che sbattevano lentamente l'una contro l'altra come se fossero stanche di provare a scappare. E ora che ci faccio?
Scrisse una frase: I suoi movimenti lenti lo facevano sembrare stanco, affaticato da...
Si fermò all'improvviso, non sapendo bene come andare avanti. Cosa stava per scrivere? Qual era la storia che voleva raccontare?
Non ne ho la benché minima idea, si rispose da solo. Sperava che, magari dopo un paragrafo o due, si formasse nella sua mente almeno l'embrione di una storia. Ma non era riuscito a mettere giù nemmeno una semplice frase.
Cancellò il campo verde, uccise la farfalla nel retino e fece sparire anche questo. Rimase lui e lo schermo, circondati dalla semplice realtà.
Realtà. Forse era questa la chiave per la sua fantasia. O almeno, forse questa era la chiave per la fantasia che stava cercando in quel momento. Un pensiero gli balenò nella testa. Non sarà il racconto del secolo, ma almeno è qualcosa. Sorrise. Soddisfatto, continuò a rincorrere le farfalle su quel campo verde.

Prese la sigaretta fumata a metà e la schiacciò su se stessa nel posacenere. Inspirò a lungo, prima di sospendere le dita sopra la tastiera. Fissò il cursore che scompariva e appariva a intervalli regolari, sempre nello stesso punto sullo schermo. Vediamo quanto sei veloce, lo sfidò. Scrisse qualche parola, facendo apparire il cursore in un altro punto della pagina. Continuò a scrivere e finì la prima frase, poi un'altra e infine un intero paragrafo. Si fermò solo un istante per rileggere: C'è quel momento magico prima di mettersi a scrivere, che però non sempre arriva. Quel momento in cui senti la fantasia che ti formicola nella testa e non vedi l'ora di vedere cosa è capace di fare, quali metafore e quali similitudini è in grado di creare per la tua storia. Ma non sempre arriva.

Nessun commento:

Posta un commento

Sii sociale e lascia un commento: un parere, un consiglio, una critica (costruttiva).