sabato 14 giugno 2014

Primo capitolo, primo esperimento

Non so se faccio bene a condividere con voi questo primo capitolo/paragrafo/prologo (sì, nonostante la lunghezza, penso che si possa chiamare prologo) di quello che è il mio romanzo in fase di creazione, anche se alcuni hanno letto già qualcosa e altri hanno letto proprio questo pezzo. Be', che sia giusto o no, io lo posto qui, sperando di avere le vostre opinioni e le vostre critiche, buone o cattive che siano, purché costruttive. :)
 Quindi, per chi ha la pazienza di stare a leggere, ecco a voi:




Sabato
1° gennaio 2011


Bianco, bianco e sfumature di bianco. Eppure la neve non c'era. L'atmosfera intorno a lui era sfocata, annebbiata... poco trasparente. Lo avvolse un dubbio. “Può l'aria essere così densa?” Come poteva respirare qualcosa di opaco? Era molto incerto sulla risposta; non riusciva a vedere o a sentire tutti i dettagli della realtà circostante. Ogni suo movimento sembrava durare un'eternità... tutto così lento, così irreale.
Sentiva sulla pelle centinaia di aghi che pungevano dolcemente, quasi volessero scherzare e burlarsi di lui. Non era uno stupido; sapeva che non erano aghi veri e propri. Ma allora cos'era quella sensazione? “Ah, è il freddo.” si disse. La temperatura là fuori non era molto elevata, anzi, appena qualche grado sopra lo zero.
Già questo pensiero gli fece confondere le idee. “Non dovrebbe essere un paese caldo, questo?” pensò. “Con un clima mediterraneo?” La mente lo portò quindi ai pochi giorni in cui era presente a scuola, cercando di ricordare cosa volesse dire clima mediterraneo. Era quasi sicuro che non ci dovesse essere il freddo. Eppure c'era. Già. Ma perché? Forse ricordava... mmm... male.
La sua mente confusa e affumicata allontanò quei pensieri per il subentro di altri. Un voltura di idee lo fece guardare intorno per qualche istante. I problemi del freddo e del caldo erano spariti così come erano apparsi, senza un buon pretesto, senza motivo. La questione ora era un'altra: dove si trovava?
Riusciva a scorgere un cancello, una recinzione.
Quello che aveva davanti doveva per forza essere un cortile, o un piccolo giardino. Piccolo... Minuscolo.
Ultimamente, i suoi sedici anni di vita lo avevano portato a pensare all'immensità dell'universo e al suo meccanismo. Naturalmente, non capiva a fondo tutto quanto neanche con la mente lucida, tanto meno con il cervello annebbiato, fatto e ubriaco allo stesso tempo. L'unica cosa sensata che ora aveva in testa era solo una: quel giardino era decisamente piccolo rispetto all'intero universo. Come la punteggiatura in una frase. A volte non ci metteva nemmeno la punteggiatura in una frase e questo rendeva l'idea della piccolezza di quel cortile.
Il cancello blu lo invitò a entrare, mentre ai margini dell'area i vasi, pieni di terra e senza fiori, intonavano un Bentornato.
Entrò.
Edoardo Pellegrini stava dunque rincasando dopo una mega-festa di capodanno, accompagnata da fumo, farmaci magici e alcool di tutti i tipi possibili. Grazie a pochi grammi d'erba che avevano fatto da esca, era riuscito a portare ragazze più grandi alla festa. Con quale di queste si era divertito? Non se lo ricordava.
Ora la nebbia intorno a lui sembrava penetrargli nella testa e i momenti della notte prima tornavano a tratti. Doveva smetterla con tutta quella roba. Si era detto che l'ultimo dell'anno sarebbe stata l'ultima volta e avrebbe fatto il possibile per mantenere la promessa a se stesso. Avrebbe avuto molto più controllo su se stesso senza tutte quelle sostanze. Autocontrollo. Cosa che in quel momento non possedeva.
Un'immagine a tratti gli penetrò la mente, facendogli ricordare un momento in particolare della festa. Forse reale, forse irreale. Ricordava di essere stato in cima al mondo – in realtà solo sopra un tavolino – e di aver donato a tutto il suo popolo il suo calore – ovvero la maglietta che aveva ancora addosso. L'aveva solo strappata, perciò, il popolo aveva preso solo una parte di quel calore. Durante tutta questa fantasia, aveva strillato più volte, forse in un disperato tentativo di cantare: Salite tutti quanti, andiamo sempre più su...
Ora stava cercando di entrare in casa senza farsi sentire dalla madre. Elena De Luca era una donna un poco irascibile e non si voleva far vedere in quello stato da lei, imbottito di fumo, alcool e vari farmaci con effetti collaterali spassosi.
Per ora l'operazione stava procedendo bene. Si trovava ancora davanti all'entrata, impalato nel cortile, ma date le circostanze, poteva ammettere di essere a un buon punto.
Doveva entrare. Quindi...
Andiamo sempre più su...”
Doveva oltrepassare quella porta, perciò servivano... “Le chiavi.” Mise le mani nelle tasche dei pantaloni e la cosa gli provocò un certo piacere. “Gli aghi non ci sono più.” pensò sorridente, sentendo le dita riscaldarsi. Si scordò per un momento della sua missione e si concentrò sulla piacevole sensazione che quel calore gli dava. Ritirò fuori le mani e gli aghi amichevoli iniziarono a pungergli dolcemente la pelle. Poi di nuovo dentro la tasca. Di nuovo il caldo. Poi fuori. Poi di nuovo dentro. Poi di nuovo fuori...
Ci giocò per un paio di secondi, dopo di che ricordò l'operazione. Doveva entrare senza farsi sentire dalla madre. Doveva cercare le chiavi.
Bene.
Dentro le tasche dei pantaloni non c'erano e di questo ne era sicuro. Aveva controllato più volte. Sperò di non aver donato al popolo anche le chiavi di casa. “Sempre più su...” Sorrise a quel ricordo.
Ci mise più di due minuti a ritrovare la chiave giusta. Dopo aver cercato anche nelle altre tasche inutilmente, si dimostrò furbo e rimise le mani in quelle dei pantaloni un'altra volta. Sicuramente la chiave non avrebbe sospettato un altro controllo nelle tasche dei jeans, così si era nascosta lì dentro. Ma lui era furbo, aveva capito la criminale mente della chiave. La prese e finalmente aprì la porta, anche se non così in fretta come avrebbe voluto.
Entrò in casa in punta di piedi, come aveva visto fare a Willy il Coyote quando si avvicinava a Beep Beep. "Quel Beep Beep è fico forte!" si disse mentre cercava la sua camera da letto. Era sicuro che si trovava da quelle parti. Quella casa sembrava più grande del solito. Era un labirinto! Uno piccolo rispetto all'universo, ma grande rispetto al cortile. Poi un labirinto sembra sempre grande... perché... ci si perde dentro l'universo. O era dentro la casa? Ci si perde...
"Ma dove diavolo ho messo la porta?" si chiese. Poi, un pensiero intelligente gli trapassò la mente. "Non devo aprire quella dietro la quale c'è mamma!" Si congratulò con se stesso per essere arrivato a quella conclusione e si rimise a vagare per la casa, in cerca della sua stanza. Com'era fatta quella maledetta porta? Gli venne ancora in mente Beep Beep che riusciva sempre a sfuggire a Willy. Ora si sentiva proprio come quello stupito coyote. E la porta era Beep Beep.
Guardandosi meglio intorno, si rese conto di non aver ancora superato il soggiorno. “Io non sono un coyote.” si disse con convinzione. Così, per dimostrare a se stesso di essere più Beep Beep che Willy, si concentrò per un poco.
E poi la vide.
"Eccoti qui. Dov'eri sparita?" Aprì la porta, soddisfatto di sé stesso.
Quando entrò, il freddo di gennaio lo colpì di nuovo in pieno viso e gli aghi amichevoli di prima iniziarono a innervosirsi. Lo pungevano con più cattiveria ora, per la differenza di temperatura... Non ricordava di aver lasciato la finestra aperta e così iniziò a indagare: alberi privi di foglie torreggiavano su di lui e l'alba lo guardava da lontano. Per istinto, iniziò a palpare il pavimento sotto di lui, giusto per essere sicuri di non avere un precipizio sotto i piedi come succedeva sempre a quello stupido coyote. "Non ci posso credere!" si meravigliò. "Sono finito sul terrazzo."
Si guardò intorno con attenzione, o almeno, con quella poca attenzione che riusciva a dare alle cose. Era proprio il terrazzo. Come diavolo era finito lì fuori?
Anche quei pochi metri quadrati erano decorati con vasi di fiori e anche questa volta a Edoardo sembrò che cantassero. Non diede molta importanza a quei rametti secchi, ma provò a concentrarsi. Quando cercò di rientrare in soggiorno, si guardò attentamente i piedi per non inciampare e, soprattutto, per non fare rumore. Passo dopo passo, la sua scarpa destra si fermò su una mattonella in particolare.
Tic.
Che cos'è stato?” Levò il piede dalla mattonella guardandosi intorno come un coniglio spaventato. Forse il popolo voleva ancora più calore...
Tic.
Di nuovo quel rumore. Ma non era il popolo. Anche perché la festa era finita da un pezzo.
Premette di nuovo con il piede. Tic. Che cos'era, allora?
Il ragazzo scoppiò a ridere. “La mattonella mi parla.” constatò. “I fiori mi cantano e la mattonella mi parla!”
Erano anni che quella mattonella traballava, ma Edoardo non si era mai chiesto perché e in quel preciso istante non si ricordava nemmeno quel particolare.
Tic.
Cosa dici?” chiese mentalmente alla mattonella, dopo di che ci appoggiò di nuovo il piede. Tic. Di nuovo una risata. Tic.
Sempre più su... Tic... Vieni con me... Tic... Sempre più su...
Quel duo tra lui e la mattonella non durò a lungo, però. Un duo fa rumore e lui doveva evitarlo.
Tic...
«Shh!» ordinò questa volta a quel pezzo di pavimento. «Sveglierai mia madre.»
Levò il piede dalla mattonella, deciso a entrare in casa e cercare la sua camera. Ma non fece neanche un passo che... tic.
«Stai zitta, mattonella.» protestò, mettendoci sopra il piede ancora una volta, pensando di sistemarla.
Tic.
«Ho detto, zitta!» ripeté e levò la scarpa, producendo di nuovo il rumore.
Tic.
«E va bene. L'hai voluta tu.» disse infine con rabbia iniziando a dare tallonate alla mattonella. «Vediamo se farai ancora rumore quando sarai rotta.» replicò ridendo.
Tic, tic, tic. Più colpiva, più si sentiva il rumore.
«Te lo do io tic-tic.» strillava non più curandosi di svegliare la madre.
Ora era guerra e in guerra e odio tutto è ammesso. O era guerra e amore? Non importava, il bello era che ora poteva fare rumore. Del resto stava in... odio. No, guerra. Stava in guerra.
Privo della maggior parte della funzionalità del cervello com'era, Edoardo decise di far fuori quella mattonella. In quel preciso istante. Si mise dunque a martellare il pavimento del terrazzo con ogni cosa a sua disposizione, prima con i piedi, poi con i vasi dei fiori, sempre senza preoccuparsi troppo di svegliare la madre. Infine, uno dei vasi si dimostrò all'altezza del compito, malgrado andò in frantumi, ed Edoardo spaccò la mattonella.
«Ecco, ora voglio vedere se fai più tic-tic.» risse il ragazzo, guardando vittorioso la mattonella.
Osservando con più attenzione però, Edoardo si rese conto che tra i pezzi di cemento e porcellanato c'era... qualcosa.
«Che roba è?» si chiese, dimenticandosi della sua nemesi, la mattonella ormai distrutta. Si accovacciò per vedere meglio. «Ritagli di giornale?» domandò, senza rivolgersi a nessuno.
Si immaginò già in prima pagina, accusato di aver ucciso una mattonella. Ma non c'era lui su quei giornali. C'era qualcun altro, che però aveva il suo stesso cognome. Pellegrini.
Figo.” pensò.

Svegliata dal rumore che suo figlio aveva causato, Elena De Luca scese dal letto spaventata. Il primo pensiero che gli passò per la mente fu che un ladro si fosse introdotto dentro casa, anche se non capiva come qualcuno potesse andare in giro a rubare il primo dell'anno.
Per fortuna però, era solo Edoardo che aveva distrutto i suoi vasi sul terrazzo.
Non aveva avuto il tempo di lamentarsi per i suoi bellissimi fiori, più morti che vivi a causa dell'inverno, che notò subito qualcos'altro. Il figlio aveva trovato un quaderno, uno di quelli costosi all'apparenza, sulla quale copertina si vedeva un elegante titolo.


A Edoardo Pellegrini, il figlio

che non ho mai conosciuto

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