lunedì 30 dicembre 2013

1° Estratto dal romanzo di Robin Alert

Come alcuni sanno, sto portando avanti due idee che si stanno sviluppando in altrettanti romanzi. In uno di questi ci sono più storie nella storia principale. Robin Alert, personaggio di fantasia, è lo scrittore a cui il mio assassino si ispira e ho deciso di inserire nel romanzo anche alcuni estratti dei suoi libri, che non sono altro che racconti di mia inventiva stroncati da una parte o dall'altra, per dare loro proprio la forma di un estratto.

Premetto che il personaggio principale del romanzo ha in mano il codice mostrato nell'immagine del post, con sotto scritto "Ti piace Robin Alert, vero Xam?". Perciò, Xam cerca appunto di ricordare come si possa decifrare tale codice, facendosi mentalmente un ripasso dei libri che ha letto di Robin Alert.
Alla fine di questo estratto c'è la soluzione del codice sopra, perciò ha un suo perché.

Vi lascio quindi alla lettura, sperando che vi piaccia. Come sempre, consigli e critiche costruttive sono sempre bene accetti.





Dal romanzo di Robin Alert "Noi siamo altri"

[...]
Nella mano destra teneva la busta sigillata e poteva quasi percepire come si stesse impregnando del suo stesso sudore. Sperò solo che il contenuto non si fosse in qualche modo danneggiato. La carta della busta però sembrava spessa e forse non era quello il momento di farsi certi problemi sui dettagli. Aveva ben altro a cui pensare.
Con una spinta maggiore delle braccia, riuscì ad aumentare la propria velocità. Girò per un istante la testa per guardarsi alle spalle: pochi metri più indietro, i due uomini lo stavano ancora inseguendo e non sembravano intenzionati a smettere. Vide uno degli agenti mettere la mano sulla fondina della propria pistola. Il gesto rallentò la sua corsa, ma questo non rassicurò Mark. L'idea di essere colpito da un proiettile da un momento all'altro lo terrorizzò. Da morto non avrebbe mai potuto aprire la busta e tutti i suoi sforzi per capire cosa gli stesse succedendo sarebbero stati inutili.
Corse ancora più velocemente a questo pensiero.
«Fermati, Freeman!» sentì gridare, quando aveva ripreso a guardare davanti. Il marciapiedi era quasi deserto e correre in linea retta forse non era una buona idea. I due agenti non avrebbero avuto problemi a centrarlo, se si fossero preso il tempo necessario per mirare. Doveva provare ad andare a zigzag o svoltare ad ogni angolo di strada.
La busta era tenuta saldamente tra le dita.
Un rumore assordante sovrastò quello del traffico. Il cuore di Mark smise per un secondo di battere.
Senza fermarsi per capire se fosse stato colpito o meno, si spostò a destra del marciapiedi, tanto da aprire involontariamente la porta trasparente di un locale fast-food. Si palpò disperatamente il petto in cerca di fori sanguinolenti, ma, nonostante non ve ne trovò, non ebbe un grande sollievo. Appena la porta del locale si richiuse automaticamente, i due agenti la varcarono subito dopo, aprendola di colpo. Ansimante, continuò la sua corsa all'interno della sala, facendosi malamente strada tra sedie e tavoli.
I pochi clienti che erano seduti a mangiare si sdraiarono sul pavimento, gridando. Da questo gesto collettivo, Mark capì che l'agente che aveva cercato di sparargli aveva ancora l'arma impugnata e bene in vista. Presto, l'unico a essere in piedi sarebbe stato lui e questo sarebbe stato a suo svantaggio. Non poteva sperare che i due agenti avrebbero mancato il bersaglio due volte di seguito.
La sua attenzione venne attratta da una porta aperta dietro il grande bancone, oltre al quale i dipendenti si stavano nascondendo. Doveva trattarsi della cucina. “Di solito le cucine hanno un'uscita sul retro.” pensò. Non voleva rimanere nel locale e tanto meno di uscirne da dove fosse entrato.
Con un balzo che sorprese persino lui, Mark scavalcò il bancone.
L'esplosione di un altro sparo echeggiò nella sala. Un altro urlo collettivo accompagnò il suono.
Mark si lasciò cadere dietro il mobile e vide il proiettile colpire il distributore di bevande a spina, facendo fuoriuscire schizzi di varie bibite gasate. Strinse la busta al petto e sospirò sollevato. “A quanto pare possono sbagliare anche due volte di seguito.” L'improvviso pensiero ironico gli diede la carica per riprendere la corsa.
Non si alzò del tutto. Preferì varcare la porta della cucina accovacciato. La chiuse dietro di sé e la fissò per un istante in cerca di qualcosa per bloccarla. Intorno a lui, il personale del locale sembravano terrorizzati. Per il resto, solo pentole, posate e altri strumenti che al momento Mark non sapeva come usare. Forse un coltello...
Sapendo di indugiare troppo, lasciò perdere. «Dov'è l'uscita del retro?» chiese, girandosi più volte su sé stesso.
Un paio di dipendenti indicarono una stanza esterna alla cucina con un dito.
Bene. «State tutti giù!» urlò. Decise di afferrare un coltello e corse verso la piccola stanza che doveva fungere da magazzino. «Arrivano delle persone armate. State giù!»
Non fece in tempo a finire la frase, che i due agenti erano già entrati.
Individuata la porta, Mark notò che la chiave dell'uscita era nella serratura. La tirò fuori e aprì la porta. Un vicolo deserto gli si mostrò davanti. Chiuse la porta appena fu all'esterno del locale e, con qualche difficoltà, la chiuse a chiave. Forse questo avrebbe fermato gli agenti per un po'. Anche una manciata di secondi poteva fare la differenza.
Girò di nuovo su sé stesso per capire dove si trovasse. Il vicolo dava sulla strada che aveva percorso prima di entrare nel fast-food. All'altra estremità era chiuso.
Riprese a correre nell'unica direzione possibile. La ricerca di idee era tuttora in corso, senza grandi risultati. Per quanto avrebbe potuto resistere in quella maratona? Prima o poi il suo fisico avrebbe ceduto, lui avrebbe ceduto e sicuramente molto prima degli agenti. Doveva trovarsi un mezzo e anche il tempo per esaminare il contenuto della busta.
Entrato di nuovo nella strada principale, oltrepassò il marciapiedi, sperando di trovare un passaggio. Non aveva mai fatto l'autostop, ma non si sarebbe certo fatti scrupoli per questo in una situazione del genere.
Come se qualcuno lo avesse sentito, vide avvicinarsi un taxi. Non perse l'occasione e lo chiamò con un gesto della mano. Prima che il veicolo si fermasse, sentì un terzo boato.
Mark si girò per vedere alle sue spalle la porta sul retro del fast-food aprirsi. I due agenti ne uscirono l'attimo dopo. Forse avevano sparato alla serratura.
Non gli importava molto di come avessero fatto a uscire. Doveva prendere quel taxi.
Il mezzo si fermò a pochi passi da lui. Aprì la portiera e ci salì. «Vai, vai, vai!» gridò all'autista. «Non importa dove, ma parti!»
Senza replicare, Mark sentì come l'autista schiacciasse il pedale dell'accelerazione. Tirò un sospirò di sollievo, questo volta molto più lungo.
Dal lunotto posteriore riuscì infine a vedere i due agenti invadere la corsia della strada. Potevano fermare una macchina e inseguirlo, Mark lo sapeva, ma i due uomini si limitarono a osservare il taxi allontanarsi e a tirare fuori i cellulari.
Bene. Se non altro, prima di trovarsi qualcun altro alle calcagna, forse avrebbe avuto il tempo di esaminare il contenuto della busta.
Mise il coltello che aveva preso dal locale nella tasca interna della giacca e aprì la busta. “Dammi qualche risposta a tutto questo.” pregò mentalmente. “Ti supplico.” Estrasse un unico foglio dal formato sconosciuto, piegato a metà.
«Ora posso sapere dove la porto, signore?» chiese l'autista.
Per tutta risposta, Mark guardò di nuovo fuori dal lunotto posteriore. «Ancora non lo so, ma può rallentare, se vuole.»
«Ottimo.»
Ritornò al foglio, spiegandolo. «Cosa diavolo?» Non riuscì a trattenersi al solo pensiero. Diede involontariamente voce alla sua perplessità. «Che roba è mai questa?»

Uno schema con stelle e triangoli riportava le lettere dell'alfabeto. Mark lo fissò attentamente.
[...]

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