venerdì 1 novembre 2013

L'ombra del passato - Gente che scrive sui... Carabinieri

Questa è l'ultima mia piccola fatica per "Gente che scrive per..." che è stata partecipe al primo concorso del gruppo sui carabinieri. Come sempre, l'antologia che ne uscirà avrà scopi benefici. E' ancora in fase di editing, ma al momento della pubblicazione inserirò anche il link, così potete leggervi alcuni racconti sui carabinieri (dalle barzellette "romanzate", ai gialli, a storie realistiche).
Intanto, ecco il mio. Pure questo diviso in paragrafi, anche se il punto di vista non cambia.



***

L'ombra del passato


 Uscii dal mio improbabile nascondiglio; ormai mi aveva individuato. La lampada che penzolava dal soffitto illuminò il mio viso e la mia 92FS con ancora tutti i quindici colpi nel caricatore. Il silenzio era quasi palpabile, tanto da sentire l'Arno scorrere alle mie spalle, al di là della finestra che si affacciava sul fiume. Il Ponte Vecchio non doveva essere troppo affollato.
Il criminale, avvolto dalla penombra dell'appartamento, si avvicinò. Riuscivo a vedere distintamente solo la canna della sua pistola.
Finalmente, Sevah.” pensai.
Momenti come questi facevano sempre scattare nella mia mente immagini del passato, forse perché le probabilità di vita erano del tutto ignote. Ripensavo sempre alla mia bimba che tornava da scuola allegra, a mia moglie che sorrideva ogni volta che tornavo dal lavoro, a mio padre...
Già, mio padre.
Stavo per vedere il volto del suo assassino.

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Ricordi di mio padre, quando mi vide in divisa per la prima volta...
Con un'unica frase, uccise la curvatura delle mie labbra, togliendomi il sorriso. «Puoi ancora tirarti indietro.» mi disse.
Sapevo di pretendere troppo nell'aspettarmi un abbraccio o una stretta di mano, ma almeno un timido bravo era obbligatorio. Invece no: lui era rimasto della sua opinione. Il carabiniere è un mestiere pericoloso. «Non voglio essere perennemente in pensiero per te.»
«Non ti preoccupare, papà.» rispondevo ogni volta, indicando con la mano la divisa. «So badare a me stesso.»
E lui replicava sempre con una smorfia.
Chissà cosa avrebbe detto ora, che ero diventato maresciallo? Non credo che avrebbe cambiato parere, vista la situazione in cui mi trovavo.

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Sevah si fermò al limite della penombra. Non sapevo se lo avesse fatto intenzionalmente o meno: si fermò in modo che non potessi scorgergli il viso. Sarebbe bastato un piccolo colpo alla lampada penzolante per riuscire a vederlo. Come prima, l'unica cosa che distinguevo era la sua inconfondibile Glock.
L'Arno scorreva ancora sotto il Ponte Vecchio illuminato dai riflettori e il suo suono fu interrotto per una frazione di secondo da un solo click. Sevah aveva messo il colpo in canna.

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Ricordi della cerimonia...
Il funerale di mio padre fu bizzarro. Il suo viso irriconoscibile sembrò guardarmi, prima che la bara fosse sigillata. Non riuscivo a togliere lo sguardo da quel volto sfigurato. Il resto del corpo non era da meno. Le uniche cose che collegavano quel cadavere con mio padre erano i suoi effetti personali. Sevah e i suoi uomini ci erano andati giù pesanti, prima di ucciderlo.
Il carabiniere è un mestiere pericoloso.
Forse mio padre avrebbe dovuto continuare la sua solita frase. Pericoloso... per te e per i tuoi cari.
Alla cerimonia c'erano più persone di quanto avessi immaginato. Riconobbi alcuni architetti che salutavano per l'ultima volta il loro collega e molti famigliari. Oltre a questi, persone sconosciute facevano la loro presenza in silenzio. Dopo aver squadrato tutti, misi il mio berretto sulla bara e pronunciai mentalmente il mio addio. Sarebbe stato mio padre ad avere la fiamma d'acciaio dei carabinieri, posta sul berretto.
Al comando avrebbero capito l'assenza del mio copricapo. Quasi sicuramente non avrei potuto continuare le indagini su Sevah, viste le complicazioni personali. Sarei stato estromesso dalle indagini o, nella peggiore delle ipotesi, sarei entrato in aspettativa, ma forse il comandante mi avrebbe lasciato pistola e tesserino.
In tal caso forse sarebbe passato tutto alla polizia e, con un po' di fortuna, se ne sarebbero occupati alcuni miei amici poliziotti.
Un uomo sconosciuto, dentro un lungo cappotto e coperto da cappello, si avvicinò alla bara lentamente. Prese il mio berretto e lo fissò per alcuni istanti. Cosa aveva tanto da guardare?
Non restai a osservare la scena. Me ne andai subito dopo.

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Sevah era ancora lì, davanti a me, in quell'appartamento mezzo buio sul Ponte Vecchio, che avevo scoperto grazie alle soffiate che avevo avuto da alcuni colleghi.
La sua mano... La sua arma iniziò a tremare visibilmente.
Sorrisi. «Arrenditi Sevah.» dissi. «Sei circondato.» Un bluff da poker, visto che non dovevo nemmeno essere lì. Né la polizia, né i carabinieri erano a conoscenza dei miei progressi nelle indagini e di quella situazione.
Un fievole lamento fu la sua risposta.
Non seppi come interpretarlo, sul momento.
Un altro lamento ancora.
Cosa diavolo sta facendo?” mi chiesi. La mia 92FS era immobile, puntata verso di lui. “Non ti inventare strani giochetti.”
Di nuovo la sua bocca emise quel tono lagnoso. Il suono dell'Arno cessò improvvisamente, per essere sostituito da quei rumori.
Ma... sta piangendo?”
La sua mano si mosse e diventai più rigido. La canna della Glock smise di fissarmi.
«Che cosa stai facendo?» chiesi impaziente. «Fermo o sparo!» intimai.
La sua pistola entrò nella penombra, ma riuscii ancora a vedere i contorni del suo braccio. Stava puntando l'arma alla tempia.
Che diavolo vuole fare? Suicidarsi?”
Di un tratto fece un piccolo passo in avanti. Al suo collo, un ciondolo... o quasi, che rifletteva la luce in curiosi luccichii. Il movimento improvviso dello scatto in avanti del criminale lo fece dondolare per alcuni secondi, attirando ancora di più la mia attenzione. Fuoco e acciaio...
Impietrii quando riconobbi lo stemma dei carabinieri: la fiamma dorata del mio cappello della divisa. Ripensai allo strano personaggio che qualche mese fa aveva osservato il mio berretto al funerale. “No, non può essere.” Rimasi incredulo a fissarla.
Il pianto del criminale diventò più rumoroso.
Senza preavviso, scattò in avanti di un altro passo, affinché potessi vedergli il volto.
Sgranai gli occhi, incredulo. Le mie deboli sinapsi si rifiutavano di elaborare la realtà che avevo davanti. “Non può assolutamente essere!” Il peso della pistola aumentò esponenzialmente, facendomi prima abbassare il braccio, per poi liberare l'arma dalla stretta delle mie dita.
Con un rumore sordo, cadde sul pavimento.
Lui continuava a piangere...
Solo in quel momento compresi quello che stava per succedere e, in un inatteso momento di lucidità, scattai in avanti.
Sevah si sparò.

---

Uscii dall'appartamento e mi spostai sopra la terza arcata del Ponte Vecchio, l'unico punto in cui i pedoni si potevano affacciare sul fiume. Presi il cellulare e formai un numero.
Il carabiniere è un mestiere pericoloso.
«Sì, pronto. Ho trovato Sevah...» dissi impassibile. «..si è appena sparato in un appartamento sul Ponte Vecchio... Va bene... Aspetto.»
Chiusi la chiamata e rimisi a posto il telefono. Tirai fuori dalla tasca il mio tesserino che, insieme alla pistola, mi catalogava come carabiniere. Lo osservai tra le prime lacrime, che timidamente stavano nascendo agli angoli degli occhi. La mia foto sullo sfondo marrone mi fissava impassibile e incurante di quello che era successo. Accanto si potevano leggere il mio numero di matricola e persino il mio gruppo sanguigno. Mi venne quasi da ridere, in quel momento di mezza follia.
L'Arno scorreva sotto di me.
Pensai al volto di Sevah e al suo gesto estremo. Pensai di nuovo all'uomo misterioso al funerale. E pensai a mio padre e al suo lavoro di architetto.
Il carabiniere è un mestiere pericoloso. Solo ora capivo cosa intendesse.
Lui lo sapeva. Sapeva su chi indagavo e sapeva i pericoli che correvo.
Il mio dolore scendeva giù, in gocce salate, verso il fiume.
Sevah... quel viso rivelato all'ultimo momento. Il viso di mio padre. Ora comprendevo il motivo per cui non mi avesse sparato.
Pensai agli effetti personali che prima del funerale tenevo tra le mani. A quel cadavere irriconoscibile e, per l'ennesima volta, all'uomo che aveva sollevato il mio berretto. A Sevah e al suo volto prima di spararsi... Non era riuscito a uccidere suo figlio...
Sevah, mio padre.
Girai il tesserino fra le dita.
Il carabiniere è un mestiere pericoloso.
Lo lanciai e l'Arno se lo prese, insieme alle lacrime che abbandonavano le mie guance per sempre.

Che abbandonavano me... come Sevah, come mio padre.
***

6 commenti:

  1. Stupendo, fino al finale inaspettato. Bravo, Alex9!

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    1. Grazie Anna... Sono contento che ti sia piaciuto... :D

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  2. Che intrigo. Faccio sempre i complimenti a chi mi stravolge le idee nei finali.Significa che ha saputo focalizzare l attenzione su altro. Bravo ;)

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    1. Grazie... Anonimo :) Spero di riuscire a sconvolgere le idee a tutti, d'ora in poi :P

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  3. Lettura intrigante vero è che il racconto ha suscitato un'animata e interessante discussione su Facebook, nel gruppo "GENTE che scrive per..." (serve l'invito). A me personalmente è piaciuto, ma la discussione è aperta :D

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    1. Si, il racconto ha avuto lettori contenti e lettori.. be', un po' meno contenti :) Naturalmente, a me non dispiace una discussione come quella su Facebook di cui parli (ogni pubblicità è buona, è così per tutti), soprattutto quando i commenti sono costruttivi... Diciamo che ho imparato un paio di cosucce, anche se, prima di imparare a metterle in pratica forse passerà un po' di tempo...

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